Thérèse philosophe: lettura sensuale e metafisica

Thérèse philosophe [sfoglia l’edizione illustrata qui] è essenzialmente un romanzo galante in cui si raccontano in stile autobiografico le avventure libidinose della protagonista. Tuttavia le orge in quest’opera si mischiano alle conversazioni filosofiche, il tono è disincantato e faceto quanto elevato e rispettoso verso autorità politiche e convenzioni sociali, facendosi scherno solo della religione e rivolgendosi alla gente di mondo, senza curarsi del giudizio popolare. Poiché il suo ruolo è soprattutto quello di spettatrice delle scene d’amore e delle conversazioni filosofiche, Thérèse descrive e confessa ogni scena come lei l’ha vista, instaurando una forte complicità tra autore e lettore che rivela un gusto per il voyeurismo. Il gioco di sguardi, vero filo rosso di tutto il romanzo, si riflette fino al lettore, ultimo dei voyeurs, tramite l’ausilio delle illustrazioni. La lettura del testo deve essere ad un tempo sensuale e metafisica, tentando il lettore e i suoi scrupoli, e convergendo infine verso l’elogio ragionato della masturbazione, vista come la pratica migliore per la salvaguardia della salute e la prevenzione della gravidanza. Tale pratica viene mostrata in numerose illustrazioni di Thérèse (qui sotto ad esempio la quinta) [per vederle tutte vai qui].

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La quinta illustrazione di Thérèse, uno dei tanti esempi in cui si celebra la masturbazione, pratica che consente la ricerca del piacere e contemporaneamente salvaguarda la salute e evita la gravidanza.

Il compenetrarsi delle due dimensioni, sensuale e metafisica, è infatti l’aspetto più originale del testo, che propone senza contraddizione pamphlet d’attualità quanto testi teorici. Il mélange di genere è evidente sin dalle prime righe, dove si riassumono le quattro parti principali del romanzo: la seduzione di una giovane devota da parte del suo confessore, la relazione libido-filosofica tra un prete e una donna di mondo, le avventure di una cortigiana e l’educazione della protagonista stessa. Thérèse si limita a un ruolo di spettatrice nel corso delle prime tre parti, che costituiscono la sua educazione al piacere e contengono i fondamentali principi filosofici, fino ad arrivare all’ultima parte, acme del romanzo di formazione, in cui si dona completamente al conte.

La vicenda si apre su uno scandalo che riguarda il padre gesuita Jean-Baptiste Girard, accusato di aver sedotto una giovane donna di cui era il direttore di coscienza. Nonostante la storia si fosse conclusa nel 1731, aveva continuato a circolare grazie a brochures e canzoni cui l’autore si ispira per dare un tono di verosimiglianza e attualità, senza tuttavia rinunciare al materialismo che restituisce un che di piccante e libertino. Il fulcro degli argomenti filosofici risiede nella persuasione che le pulsioni erotiche siano indice di spiritualità, poiché mortificando la carne si giunge a slegarla dallo spirito verso l’estasi religiosa. Tale mortificazione tuttavia non è che l’eccitazione sessuale, e l’orgasmo sarebbe indice di beatificazione, trasportando all’estremo spirituale del dualismo cartesiano. La metafisica così è alla base dell’esperienza estatica nel rivelare che lo spirito non è altro che materia in movimento.

Questo tema viene sviluppato ulteriormente anche nella seconda parte del libro, infatti dove prima il sensualismo era utilizzato esclusivamente ai fini della seduzione, ora l’abate vi ricorre per liberare la protagonista dai pregiudizi che l’imprigionano: il piacere è cosa naturale, donataci da Dio, ma necessariamente governata dalla ragione. Le convenzioni sociali, che prescrivono a una donna di arrivare vergine all’altare con una buona reputazione, non devono essere d’ostacolo a questi principi edonistici, poiché il celibato non è d’alcuna utilità per l’inseguimento dei buoni costumi: una donna che si precluda ogni piacere sessuale rischia di rovinare la sua santità. La sola soluzione è dunque la masturbazione. Thérèse, spiando l’abate e Me C…, intrattenersi nella passione e poi in conversazioni filosofiche, impara che non esiste altro Dio se non ‘Dame Nature’, il grande tutto che ignora bene e male e che determina le sorti dell’essere grazie al principio di movimento che ha stabilito dentro ogni cosa.

Le convenzioni morali stabilite dalla società non hanno alcun fondamento nelle leggi della natura. Al contrario sono un modo, come anche le religioni, elaborato dai forti per dominare i deboli, in particolar modo le donne. Esse infatti non hanno che tre cose da temere: la paura del diavolo, la reputazione, la gravidanza. Le uniche religioni valide celebrano il solo culto dettato dalla natura: la ricerca ragionata del piacere.

Dunque all’inizio della terza parte dell’opera l’eroina si trova a Parigi ed è ormai pronta per l’amore, deve tuttavia dedicarvisi senza perdere verginità e reputazione. È a questo punto che Thérèse e il conte vengono presi dal sentimento, e lei riceve la proposta di abitare nelle sue terre, in qualità di amica e amante, mantenuta da una rendita vitalizia, ma senza che intervenga un contratto matrimoniale. Il calcolo è da parte di entrambe le parti estremamente razionale, agli antipodi della Nouvelle Héloïseinfatti, la protagonista del romanzo di Rousseau è completamente preda delle sue emozioni. Infine, Thérèse accetta. La coppia si abbandona alla filosofia e alla masturbazione. Discepolo delle teorie dell’abate, per il conte l’anima non è padrona di nulla, ma segue le pulsioni del corpo e delle sensazioni. Per spingere la sua amica ad abbandonare anche le ultime resistenze e tuttavia preservare la sua fama di uomo onesto, fedele ai suoi principi etici, il conte mette a sua completa disposizione la biblioteca e l’intera collezione galante. Passano quattro giorni durante i quali Thérèse divora tutti i classici della letteratura clandestina e sceglie infine di abbandonarsi alla passione. Tuttavia, rimanendo fedele ai suoi ideali, il conte rispetta il desiderio dell’amica di evitare una gravidanza, e l’opera si conclude su questo coito interrotto.

In un romanzo come questo, pur mancando di verosimiglianza, l’autodeterminazione di una donna come Thérèse risulta fondamentale dal momento che il piacere femminile non è subordinato a quello maschile. Rifiutando il ruolo di moglie e madre di famiglia Thérèse apre una breccia nel conformismo sociale. Tuttavia, pur nei suoi toni leggeri e libertini, l’opera non manca di dimostrare una sua cruda austerità nella completa assenza dell’amore. Persino il piacere è prodotto soltanto da un solleticamento della pelle, trasmesso dagli spiriti animati al cervello, immagazzinato nella memoria, e poi oggetto di riflessione. Ogni sessualità è celebrale. I personaggi non sono che automi mossi dal desiderio. Ignorano sentimentalismo e le lacrime, estremamente vicini al razionalismo dei lumi. La filosofia dell’opera è un amalgama di idee provenienti da fonti diverse, un incrocio tra spinozismo volgare e epicureismo mondano diretto contro la chiesa cattolica. Il culto della felicità, che di lì a pochi anni sarà rispecchiato nella costituzione americana, malgrado il rispetto per le convenzioni sociali e le autorità politiche, affronta apertamente la chiesa e fa vacillare le ortodossie monarchiche. Ciò che ci fa attribuire quest’opera al genere pornografico dunque la fa rientrare perfettamente anche nel genere filosofico dell’epoca dei Lumi.

Thérèse sa che Dio non esiste, e due sono le cose che spingono l’essere umano, la voluttà e la filosofia. Come si legge nel frontespizio: “La volupté et la philosophie font le bonheur de l’homme sensé. Il embrasse la volupté par goût, il aime la philosophie par raison”.

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