L’An 2440: successo editoriale e utopia morale

Il romanzo [per sfogliare l’edizione originale clicca qui] utopico di Louis Sébastien Mercier è un testo impregnato di un rousseauismo moralizzatore e pudico, di cui l’autore si serve per spingere il lettore a oltrepassare i limiti dello stupore per andare verso l’indignazione, allontanandosi dal riso di Voltaire e dubitando della sovranità della ragione.

Seguendo il principio del romanzo utopico [per una storia sul tema dell’utopia clicca qui], il futuro è la proiezione critica del presente. Il narratore si addormenta e si risveglia nel 2440 (cfr. l’illustrazione riportata in seguito) e Parigi è completamente trasformata: la città è pulita e ben ordinata, le carrozze, dove montano solo i vecchi infermi e i senatori che ispirano rispetto negli altri, tengono la destra e si fermano per far attraversare i pedoni. Tutti vestono semplicemente con una toga che non impedisce i movimenti naturali del corpo. Invece di essere una metropoli di piacere, Parigi è divenuta capitale florida e al contempo austera. La minaccia della guerra non pesa più perché tutte le nazioni hanno riconosciuto le frontiere nazionali e si è stabilita una pace perpetua che dispensa dall’impugnare di nuovo le armi. Dentro la nazione la pace è assicurata da una polizia illuminata e benevola, ma d’altronde il pericolo dei disordini non esiste neanche più. La città intera è divenuta un libro che nutre lo spirito civile.

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Nell’illustrazione il protagonista scopre di essere andato avanti nel tempo e di avere più di 700 anni

È una visione curiosa se non altro per il lettore moderno, abituato a pensare la science-fiction [qui alcune recenti recensioni del The Guardian sui romanzi del sci-fi del 2017] come qualcosa che ha sopratutto a che fare con la tecnologia. Infatti le dimensioni dell’avvenire immaginato da Mercier sono esclusivamente morali. L’opera ha avuto un fascino enorme per l’epoca: è il più venduto nella lista dei libri proibiti: 24 ristampe tra il 1771 e il 1789. Forse per questo motivo i falsari del testo furono numerosi, e Mercier cercò di arginare il problema rimaneggiandolo in continuazione e tentando di far rimanere vivo l’interesse con note, avvisi al lettore e nuovi episodi. Tant’è vero che il volume si gonfia incredibilmente e da piccolo volume in ottavo passa ai tre tomi del 1786.

Come spiegare questo enorme successo? Non è il primo romanzo utopico, ma è il primo abitato nel futuro. Così il lettore può proiettarsi 700 anni in avanti, in una Parigi descritta nei suoi minimi dettagli. L’effetto di “dislocazione” nel tempo che offre l’An 2440 offre una sensazione originale e piacevole al lettore del XVIII secolo e si basa su una domanda insidiosa: quando il presente sarà considerato passato? Mercier sa trattare il confronto tra le due epoche tramite un complesso sistema di note a fondo pagina, dove spesso le note fungono da piccoli saggi e giudizi morali contro i costumi contemporanei. Qui l’autore si rivolge direttamente al lettore, in contrapposizione al “Je” della narrazione che rappresenta il narratore anonimo. La giustapposizione di quadri temporali ha un effetto più forte rispetto al paragone tra società lontane nello spazio, aprendosi anche a prospettive sbalorditive sulla storia come la denuncia del dispotismo ricco di Luigi XIV, filo rosso che attraversa tutto il romanzo.

Questa visione della storia celebra l’opera degli scrittori, ma Mercier ammette a titolo di beneficiari solo pochissimi nomi. Infatti poiché la maggior parte dei libri sono pieni di menzogne e vanità, i padri della patria hanno estratto i pochi utili e hanno bruciato gli altri. Della letteratura del mondo intero non hanno guardato che una piccola parte, di quella parte solo una minima è francese. Solo Rousseau è acclamato, gli scrittori più in voga distrutti. Nella scelta di ciò che la posterità conserva sulla storia letteraria, Mercier attua una vendetta retrospettiva in nome degli scrittori oscuri e ignorati che incarnano la virtù. Nella Parigi futura esiste un posto dedicato unicamente a tale riabilitazione. Va da sé che tale rappresentazione del passato privilegia i filosofi, ma essi non hanno il compito di istruire i contemporanei su ciò che furono i secoli XVII e XVIII: il passato non è che una sfilza di errori da condannare all’oblio. Invece insegnano il patriottismo e il culto dello scrittore come cuore della religione civica. Il libro per Mercier è di una forza irresistibile anche perché la religione civica è innanzitutto una religione del libro. Grazie alla stampa, gli scritti filosofici possono distribuirsi, penetrano i cuori dei cittadini e ne uccidono le tenebre nell’intimo. La qualità dei cittadini implica la qualità degli scrittori. Prima di morire ciascuno ha il compito di condensare la sua vita e saggezza dentro un libro che viene letto al funerale e rappresenta l’anima del defunto. Leggere e scrivere sono dei riti fondamentali della religione civica immaginata da Mercier. La sua visione utopica si ispira a una civilizzazione della stampa, dove autore e lettore si passano la fiaccola per assicurare il progresso.

Si deve supporre che il successo del libro è dovuto all’efficacia retorica utilizzata da Mercier. Che fanno leva sull’indignazione verso l’Ancien Régime. L’utopia di Mercier colpisce soprattutto per le cose che non ha: nobiltà, parlamento, soldati, tutte le ingiustizie denunciate nel 1789. Tant’è che egli stesso volle passarsi per profeta della rivoluzione. Di sicuro Mercier parla di rivoluzione, ma nel senso di un cambiamento della costituzione come sarebbe attuato da un re filosofo.

In questo modo si conferma ciò che abbiamo già detto riguardo i libri rivoluzionari. Cioè che anche per un autore audace come questo, era ancora impensabile concepire quello che sarebbe successo di lì a poco tempo. Il senso moderno di rivoluzione è nato esattamente con la rivoluzione stessa. Infatti l’immaginario alla fine dell’Ancien Régime resta legato al modo di pensare del sistema culturale monarchico. Tuttavia Mercier, anche se non fa un appello alla rivoluzione, per lo meno concepisce l’idea di una alterità politica e sociale, e dà al lettore la possibilità di comprendere in maniera finzionale che il mondo com’è non è il mondo che potrebbe e dovrebbe essere. La realtà può essere trasformata più che perpetuata. La proiezione verso l’avvenire era il primo passo verso l’impegno utopico.

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