Approcci alla censura

Il problema della censura, tutt’altro che superato viste le polemiche dure e piuttosto recenti che hanno attraversato la Francia e l’Europa intera, dimostra quanto in realtà sia assolutamente necessario riflettere sulla sua storia e sulle metodologie attualmente utilizzate per approcciarsi a un tema così delicato.

La paura della cancellazione da sempre ossessiona le società europee. Lo scritto dall’inizio dell’era moderna ha avuto la missione di scongiurare l’ossessione della perdita, e non erano poche le difficoltà: i libri potevano andare persi, manomessi, le minacce di distruzione dilagavano. In realtà, anche se temuta, la cancellazione è necessaria, come lo è l’oblio per la memoria per consentire il ciclo fondante di scrittura, cancellazione e riscrittura. Se adottiamo questo approccio critico, che tenga conto della cultura scritta e della sociologia dei testi, non dovremo dissociare i testi dalle forme materiali che li trasmettono, fondamentali per capire come certi significati vengono costruiti e trasmessi. Si mina così alla base la divisione storica tra scienze dell’interpretazione e della descrizione (ermeneutica e morfologia). Riaccostiamo allora comprensione, commento delle opere e l’analisi delle condizioni tecniche e sociali della loro pubblicazione, circolazione e ricezione. Il perché di questa dissociazione che sta alla base della nostra concezione di letteratura è presto spiegato: da sempre si contrappone la purezza dell’idea alla fragilità del supporto su cui viene trasposta. I meccanismi di copyright, che ne definiscono l’intoccabilità, e la proprietà che l’autore esercita sul testo ne sono l’esempio lampante.

I due approcci critici che hanno fatto più attenzione alle modalità materiali di trasmissione hanno enfatizzato l’idea di ‘astrazione testuale’: la bibliografia analitica, cioè lo studio rigoroso dei diversi stati di una stessa opera ha portato verso la distinzione tra l’opera nella sua essenza e gli accidenti che l’hanno corrotta; il decostruzionismo invece ha sottolineato la materialità della scrittura e le diverse forme di iscrizione del linguaggio, cercando di abolire le opposizioni evidenti. Se passiamo oltre, vedremo che i testi coinvolgono un processo che va molto al di là del gesto romantico della scrittura, e che invece coinvolge momenti diversi e attori diversi: copisti, librai, editori, stampatori, correttori. Il mondo sociale poi non si appropria solo simbolicamente ed esteticamente del testo, piuttosto riguarda le relazioni multiple e instabili insite nel testo e nella sua materialità. La pubblicazione è sempre un processo collettivo, che non separa materialità e testualità. Infatti a che pro distinguere la sostanza dell’opera dalle variazioni accidentali del testo? Le varianti modificano l’identità di un testo come essa viene riconosciuta da chi lo legge o lo ascolta? Riconosciamo qui una tensione che distingue chi pensa l’opera come ricerca verso l’originale dell’autore, e dunque l’emendamento delle ferite che gli sono state inflitte da tutte quelle figure che hanno circondato il testo nei suoi stati successivi, e chi invece la pensa come una molteplicità di forme testuali. La dicotomia tra immaterialità delle opere e materialità dei testi si rivela come un falso antagonismo: a quanti non è mai capitato di essere affezionati non solo a un testo, ma all’oggetto fisico e alle sue tracce? A una particolare edizione, a delle particolari sottolineature e note che vi abbiamo lasciato?

Fatte queste premesse, cos’è la censura? Se giudicata con eccessiva rigidità, potrebbe sembrare un fenomeno che opera ovunque con le medesime modalità qualunque sia il contesto. In realtà non esiste un modello tipo. Ci sono però degli approcci ricorrenti negli studi sulla censura: o viene vista in opposizione alla libertà d’espressione, oppure corrisponde ai vincoli che inibiscono la comunicazione. Il primo approccio è di tipo manicheo: oppone i figli della luce a quelli delle tenebre e parla a tutti i difensori della democrazia. L’altro tipo di approccio alla censura è stato indagato da antropologi come Mary Douglas, che hanno riscontrato una repulsione viscerale pre-cosciente che agisce come una censura. Un approccio già preso in considerazione da Freud, che vedeva la censura come funzione fondamentale del subconscio degli individui. Infine, anche Michel Foucault ha tentato di svelare gli strati di cultura che modellano la nostra visione del mondo, indagando le griglie concettuali soggiacenti ai sistemi scientifici e alle pratiche sociali. Sosteneva infatti che gli Occidentali ordinano il mondo secondo un episteme o un insieme solidamente ancorato di categorie. Definendo un certo comportamento come deviante, criminale ad esempio o eretico, le società occidentali lo classificavano dentro altre categorie concettuali che lo esponevano ad eventuali sanzioni. Tale cernita può essere considerata come una vera e propria censura.

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